Shrinkflation: meno prodotto, stesso prezzo

Shrinkflation: meno prodotto, stesso prezzo

Le confezioni rimpiccioliscono e il costo rimane invariato o aumenta: una strategia di mercato che mina la fiducia dei consumatori

Shrinkflation è la crasi di due parole inglesi: shrinkage, contrazione e inflation, inflazione. Si tratta del fenomeno della riduzione delle quantità vendute nella proposta dei prodotti sugli scaffali, che però mantengono lo stesso prezzo: in pratica, le confezioni rimpiccioliscono e i prezzi o restano inalterati o aumentano. Un esempio? Un tubetto di dentifricio un mese costa 2 euro e contiene 100 ml. Il mese dopo, venduto sempre a 2 euro, contiene 75 ml. Un pacchetto di fazzolettini di carta che dal contenerne 10, passa a 9. “Cala la quantità venduta in quel packaging e il prezzo o non cambia o aumenta”, spiega Federico Polidoro, responsabile delle statistiche sui prezzi al consumo dell’Istat. “È un processo non visibile immediatamente. Va detto che la modifica della quantità di prodotto è sempre esistita, ma questo fenomeno negli ultimi anni è maggiormente diffuso perché è più semplice modificare il packaging”.

Dall’Inghilterra all’Italia. Il primo a rilevare queste dinamiche è stato l’istituto di statistica inglese: barrette di cioccolato più leggere, meno detersivo, meno patatine o biscotti in una confezione e prezzi inalterati o in aumento. L’Istat, poi, ha confermato la tendenza: “Sono quasi 6 anni che stiamo analizzando e controllando questo processo – sottolinea Polidoro –. Di casi riconducibili a questo fenomeno ne abbiamo registrati, ma non si tratta di una tendenza sistematica. Possiamo dire che si tratta di un fenomeno presente ma non preoccupante”.

Prodotti colpiti. La shrinkflation colpisce generi alimentari, prodotti per la casa e per la persona, quelli che vanno sotto la dicitura grocery (l’insieme dei prodotti del largo consumo confezionato). “In particolare abbiamo registrato casi di shrinkflation su zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolciumi. Ambiti in cui è più facile modificare il packaging e nascondere un aumento di prezzo dietro una variazione della quantità”.

L’inflazione atipica. Come detto, l’Istat sta controllando il fenomeno. Dall’inizio del 2012 a metà del 2017 sono state fatte oltre 600mila rilevazioni: in 1405 casi sono state registrate quantità modificate: “Nella maggior parte dei casi le quantità erano state diminuite, in alcuni casi aumentate. Nell’83% dei casi di quantità diminuite, il prezzo era addirittura cresciuto. Naturalmente, se il prezzo rimane invariato ma il prodotto cala, è come se il prezzo fosse aumentato”.  Perché, come spiega Polidoro, se il prodotto diminuisce, anche il prezzo dovrebbe calare di conseguenza: “Se il prezzo non diminuisce alla diminuzione della quantità si parla di inflazione. Nel caso della shrinkflation si parla di inflazione atipica, proprio perché se anche il prezzo rimane inalterato, con gli stessi soldi compro meno prodotto”.

Aziende e consumatori. “Sicuramente, alla base della diminuzione di piccole quantità di prodotto c’è una politica di risparmio e recupero margini – considerato che agiscono su ampissima scala – delle aziende, ma non possiamo ancora confermare che si tratti solo di questo”. Di certo, strategie di questo tipo non mettono il consumatore nelle condizioni di fare scelte coscienti: “È indubbio che dal punto di vista del consumatore fenomeni di questo tipo siano sempre un po’ fastidiosi. Non possiamo che suggerire di fare sempre acquisti consapevoli, di comprare con attenzione e, anche se sembra scontato, leggere bene le etichette e controllare il peso dei prodotti”.

Polidoro, però, predica cautela: la shrinkflation, infatti, è ancora un fenomeno poco conosciuto, che sarà oggetto di prossime analisi da parte dell’Istat. “Sono molti gli ingredienti di cui dobbiamo tenere conto. L’Istat non può dare giudizi affrettati, stiamo ancora approfondendo e monitorando: non possiamo offrire visioni distorte delle politiche commerciali. Vogliamo anche capire cosa sarebbe successo se non avessimo cominciato a occuparcene. Se non avessimo intercettato questa tendenza, quanto avremmo sottostimato l’inflazione? Insomma, si tratta di uno studio a 360 gradi che deve cercare risposte su diversi fronti”.

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